martedì 5 dicembre 2017

Me ne andavo da Facebook

Racconto per i miei nipoti:

Era il 2017, quasi 2018, e ...

me ne andavo da quel Facebook falso:
di "amici" che se ti incontrano al supermercato e neanche ti salutano,
dei "metti mi piace e condividi se sei indignato",
dei "mi piace" messi da sopra la tazza del cesso,
dei selfie fatti nei bagni, sulle macchinone, nei palazzoni,
dei sermoni tenuti da chi non sa tenere un confronto.

Me ne andavo da quel Facebook pieno zeppo di bufale:
"che la sorella della Boldrini gestisce 340 cooperative",
"il portachiavi che ti regalano e ti traccia dove vai e poi ti vengono a rapinare",
"occhiali Ray Ban a 19 euro".

Me ne andavo da quel Facebook razzista, sessista e xenofobo:
"che diamo 35 euro a gli immigrati",
"gli immigrati negli hotel a 5 stelle e i terremotati nelle tendopoli",
"Kyenge: i mercatini di Natale sono un'offesa...".

Ero stanco di quel Facebook impiccione:
"che animale sei, che dio indiano sei, chi sono i tuoi migliori amici, a cosa stai pensando?",
"persone che potresti conoscere" solo perchè abbiamo passato un'ora in sala d'attesa assieme,
"condividi la tua posizione, il tuo numero, quello che mangi, quello che bevi".

Mi causava nausea la politica su Facebook:
il selfie con gli stradini che fanno l'asfalto nuovo,
il selfie con il netturbino che ripulisce la discarica abusiva,
il selfie con il  telefonino all'orecchio per mettere in sicurezza le scuole,
la signora di 70/80 anni che chiama tutti e dice di non mollare,
le campagne elettorali... nooo pure su Facebook.

Me ne andavo da quel Facebook fascista:
"quando c'era lui...",
con il mezzobusto di Mussolini sulla scrivania,
"Noi con Salvini" ma tutti terroni.

Me ne andavo da quel Facebook di foto:
al mare,
in montagna,
al lago,
alla luna,
al piatto di pasta al burro.

Me ne andavo da quel Facebook senza privacy:
di foto fatte ai propri figli appena nati,
travestiti da gallina a carnevale,
alla recita di fine anno.

Me ne andavo da quel Facebook di tributi ai defunti:
"sono sempre i migliori che se ne vanno",
"che la terra ti sia lieve",
"ora insegna agli angeli qualche cosa".

Me ne andavo da quel Facebook:
"di X anni di noi",
"tanti auguri amore mio" al figlio di 2 anni che Facebook non capisce neanche cos'è, e che magari quando ce lo avevi davanti non glielo hai neanche detto a lui direttamente.

Me ne andavo da quel Facebook delle foto delle vacanze:
alle Bahamas in estate con tutta la famiglia e il SUV della Porsche,
a Sant Moritz in inverno con tutta la famiglia  e il SUV della Porsche,
e poi "reddito dichiarato 22 mila euro" per tutta la famiglia.

Me ne andavo da quel Facebook virtuale:
fatto di amici virtuali,
saluti virtuali,
auguri virtuali,
rapporti virtuali.

Me ne andavo dal quel Facebook di profili tipo:
"Ha studiato presso: l'Università della Strada",
"Lavora presso: me stesso",
"Situazione sentimentale: in una situazione sentimentale intricata".

Me ne andavo da quel Facebook ruffiano:
"Oggi è il compleanno di Caio, auguragli il meglio",
"Per noi i tuoi ricordi sono importanti",
"Buongiorno", "Buona sera" e "Buona notte" ai miei contatti.

Me ne andavo dal Facebook dei gruppi:
del calcetto,
del tennis,
delle elementari,
delle medie,
dell'ufficio,
delle superiori,
dell'università,
della Chiesa,
del partito.

Me ne andavo dal Facebook degli assidui:
di quelli che alle 7 del mattino trovi i "mi piace" ad ogni post possibile,
di quelli: "parto", "in viaggio", "arrivo", "torno", "riparto".

ME NE ANDAVO DA QUEL FACEBOOK IMBROGLIONE:
"GRATIS", E QUANDO E' GRATIS E' PERCHE' IL COMPENSO SIAMO NOI E I NOSTRI DATI.

ME NE ANDAVO DA QUEL FACEBOOK DI MERDA !!!
FACEBOOK ADDIO !!!

(liberamente ispirato al grande Remo Remotti https://youtu.be/OrRxgyWz3Fs )

P.S.: ci si vede in giro. E se non ci si vede vuol dire che non ci si vuol vedere. Forse passerò ogni tanto da questi lidi, ma il tempo sprecato qui ogni giorno lo voglio dedicare ad altro.

Ciao.


lunedì 24 luglio 2017

Scegliete di votare



Scegliete di votare; scegliete un candidato; scegliete un partito, magari quello che rappresenta meglio la media dei vostri ideali; scegliete un programma elettorale; scegliete una coalizione; scegliete “nei primi cento giorni”; scegliete una “squadra di governo”; scegliete il cambiamento, o quello che vi viene proposto come tale; scegliete il meno peggio; scegliete contro chi votare; scegliete chi vi abbindola meglio con la sua favella; scegliete quello con i soldi, così non ruba, e poi scoprite che chi ne ha tanti ne vuole il doppio; scegliete di farvi deludere perché ad un certo punto capite di essere stati presi per il culo o fottuti; scegliete di difendere comunque le vostre scelte, per non passare per ingenui ma passate per coglioni; Alla fine scegliete quelli dell’antipolitica e scoprirete che sono tali e quali a tutti gli altri solo con una confezione più alla moda; scegliete un futuro; scegliete di votare.

Ma perchè dovrei fare una cosa così ? Io ho scelto di non scegliere il voto. Le ragioni ? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando uno ha un'utopia. Se dobbiamo sperare in qualcosa di migliore, puntiamo in alto, puntiamo ad una utopia. Non ci arriveremo, forse, ma il risultato sarà probabilmente meglio di ciò che abbiamo ora.

Liberamente ispirato al "gioco" di Mark di Trainspotting

sabato 6 maggio 2017

Limitless


Tanti anni fa, ad un corso di formazione capi Scout, ci sottoposero un test con varie domande a risposta condizionata. Eravamo, a partecipare al test, una quarantina fra nuovi e vecchi capi. Negli Scout, per chi non lo sapesse, quello che viene chiamato "capo" è un educatore, che ha fatto un iter formativo che prevede due tappe fondamentali, detti "primo" e "secondo" tempo e una serie di incontri i corsi di formazione che dovrebbero dare gli elementi di base per applicare il "metodo scout".
Ma torniamo al test e ai quaranta partecipanti: fra questi c'erano alcuni ragazzi in formazione come me del mio reparto gruppo, con i quali avevamo condiviso anni di esperienze, e alcuni miei capi. Uno in particolare, Vincenzo, mi aveva seguito praticamente da sempre: era stato mio "Capo Reparto" e poi "Capo Clan", quando io salii in Clan.
Il test prevedeva varie domande ma una chiedeva qualcosa tipo: "Leggi e regole sono indispensabili per una vita di comunità ?". Le risposte previste erano "Si" e "No". Io risposi a mio modo, ma quando ci fu la raccolta delle risposte la cosa che mi sconvolse è che quando declamarono la presenza di sono 3 "No", in mezzo a quella quarantina di partecipanti, Vincenzo chiese "ma oltre a me e Francesco chi ha risposto No ?".  Eravamo lontani di banco, mi sconvolse percepire all'istante quanto profondamente mi conoscesse per non temere una magra figura se io avessi detto "ehhh veramente io ho risposto Si". Avevo risposto No.
I limiti non servono a tutti.
I limiti, leggi, regole, non sono indispensabili per una vita di comunità. Chiaramente non per tutti è vero, non per tutte le comunità vale. Ma può esistere una comunità senza leggi e regole se fatta dalle persone giuste e compatibili fra loro e l'ambiente.
Tutti cerchiamo il contratto telefonico limitless: chiamate senza limiti, sms senza limiti, traffico dati senza limiti...
Tutti i servizi Internet più famosi sono gratuiti, senza costi, puoi passarci sopra tutto il tempo che vuoi, senza limiti. E la gente lo fa: ci passano sopra la maggior parte della loro giornata. Momenti che potrebbero dedicare ai figli e figlie, ai propri compagni o compagne, al lavoro, ad imparare qualcosa di nuovo, a scrivere e quindi creare qualcosa...vengono invece trascorsi sui "Social"... social, che geni a chiamarli così.
Un ambiente artificiale costruito con l'intento di farci trascorrere quanto più tempo possibile le persone dentro io lo riconosco immediatamente.
Le discussioni ad inizio anni 2000 quando ci si lamentava che i grandi investimenti in pubblicità su Internet ancora non erano partiti, c'erano ordini di grandezza enormi di differenza fra gli investimenti in pubblicità sui media tradizionali rispetto alle briciole che Internet raccoglieva. E quelli che si occupavano di marketing giustificavano la situazione spiegando che l'utente medio permane troppo poco tempo su una pagina specifica perché il banner pubblicitario sia visto e assimilato. I tempi di permanenza erano brevissimi, in tutti gli ambienti. Quelli che raccoglievano un poco più tempo di permanenza erano i siti dei giornali tradizionali e che infatti raccoglievano sponsor che rappresentavano il 90% degli investimenti in pubblicità.
Poi arrivò Facebook e tutto è cambiato.
Hanno costruito un mondo nel quale si permane tanto tempo, al quale si concedono dettagli personali, che consentono una profilazione accurata, che non forniremmo neanche al nostro più intimo amico... per discrezione e privacy.
Si può stare li a sbirciare la vita splendida del nostro vicino di casa tutto il tempo che si vuole, limitless.
Possiamo stare su WhatsApp a messaggiare con qualcuno per tutto il tempo che vogliamo, limitless.
Con l'illusione che stiamo assolvendo ad un bisogno umano fondamentale: avere rapporti sociali.
Vi sbagliate. Siete solo pesci che abboccano ad un amo fatto ad arte.
Basterebbe pensare, osservare alzando un attimo lo sguardo dallo schermo, a cosa stiamo rinunciando in quell'attimo preciso per leggere un post. Per guardare la vignetta simpatica, la gif divertente.
E se dovessimo pagare per stare su Facebook ? Se si pagasse anche solo 1 centesimo a minuto ? Se non fosse limitless ? Forse saremmo costretti a dare un valore a ciò che prendiamo dai Social. Forse ci accorgeremmo che andiamo a perderci.
Quindi l'assenza di limiti non è per tutti. I limiti servono ai più, alle masse. Servono le leggi, servono le regole, servono le religioni, servono i capi, serve lo Stato e serve la Magistratura, servono le forse dell'ordine che fanno rispettare le regole. Ai più.
Poi ci sono, pochi, le cui leggi e regole sono dentro di essi. Le autodefiniscono e se le autoimpongono perché sono sufficientemente evoluti per non aver bisogno di limiti, norme e regole imposte dall'esterno, da qualcun'altro che non siano essi stessi.
Utopia ? Se stai pensando a questo allora sei ignorante. Cerca e troverai varie iniziative in questo senso.
Conosco una comunità, circa 15 persone, alle quali basta appendere, la sera, al frigo un foglio con l'elenco delle attività che è necessario svolgere per trovarlo, al mattino, compilato con i nomi di chi ha scelto di occuparsene. E se uno non si inserisce mai su nessuna attività ? Bhè avrà le sue motivazioni. 
Limitless.



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Albo Pop Francavilla - Le app fatte con il nuovo linguaggio di programmazione: il burocratese

Dal sito http://www.comune.francavillafontana.br.it



Grande novità a Francavilla Fontana, l'innovazione, quella vera si fa solo da noi: nasce "Albo Pop" la prima app per smartphone fatta con il nuovo linguaggio di programmazione: il "burocratese".

E' bastato che l'amministrazione ci credesse, che ci tenesse alla trasparenza, che deliberasse e pofth ecco disponibile un canale per Telegram che notifica le pubblicazioni dell'albo pretorio fresche fresche di inserimento con allegato il PDF del documento approvato.

Simone Versienti ? Chiiiiiiii?????????????????????

L'onestà intellettuale mi costringe a smettere di fare satira e ringraziare a mio nome, da cittadino qualunque, questo ragazzo che ha donato il suo tempo e le sue competenze per creare una soluzione che soddisfa le esigenze diffusissime di conoscere rapidamente e in tempo reale le azioni dell'amministrazione, oltre che conservarne uno storico che consente ricerche rapide e precise.

Grazie Simone.



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giovedì 16 febbraio 2017

“Open Source” l’affidabilità del caos organizzato

“Open Source” l’affidabilità del caos organizzato



Il mio chiarissimo professore dell’università diceva: “L’Open Source ha un grosso problema che gli impedisce di affermarsi: se il software che uso si blocca devo poter chiamare il fornitore e riempirlo di invettive. Non perchè questo risolve il problema ma rappresenta uno sfogo psicologico. Con l’Open Source chi chiamo ?”
E’ maleducazione rispondere ad una domanda con un’altra domanda, ma se non lo fosse la risposta migliore sarebbe: quando Windows si blocca chi chiami Bill Gates ?
Forse la differenza fra Open Source e software commerciale sta proprio nel fatto che se ho un fornitore, qualcuno da chiamare, che mi ha fornito Open Source chiamandolo so che questo è nelle condizioni di risolvere il mio problema. Se come fornitore ho qualcuno che mi ha venduto software commerciale non è detto che questo sia nelle condizioni di risolvere il mio problema perché la sua soluzione è sottoposta ad una serie di blocchi e diritti d’autore che ne impediscono la piena padronanza.
L’Open Source non ha queste chiusure perché è, appunto, Open, Aperto. Ogni sviluppatore software, che non abbia remore a valutare obbiettivamente una tecnologia, utilizzando software Open Source viene pervaso da una assoluta sensazione di onnipotenza data dal fatto che le soluzioni sono a sua completa disposizione. L’unico limite è dato dalle sue capacità di conoscere e imparare a conoscere queste soluzioni.
Questa caratteristica lo fa amare dagli sviluppatori e altre parti interessate che si uniscono in gruppi chiamati “community”. Queste community si concentrano attorno, solitamente, agli sviluppatori storici delle applicazioni e li supportano nelle evoluzioni migliorative di queste e nel supporto degli utenti finali. Provate a cercare su Google la risposta ad una qualunque domanda su una applicazione Open Source e confrontate il risultato ottenuto con una domanda molto simile su una applicazione molto simile ma di Software proprietario. Le informazioni, nel primo caso, saranno enormemente maggiori in numero e qualità.
La quantità di informazioni a disposizione è tale che può far pensare ad un mondo non organizzato e dominato dal caos. Così non è, si legga “La cattedrale ed il bazar” (LCB) dove si confrontano due filosofie di sviluppo software: quello controllato a monte da rigidi paradigmi, normalmente usato nello sviluppo di software proprietario, e quello senza controllo dove la responsabilità di ciò che si fa è demandata ai membri del gruppo informale di lavoro chiamato comunità di sviluppo. Il primo metodo basa tutto sulla metodologia non fidandosi del programmatore, il secondo basa tutto sulle capacità del programmatore che lavora ad un progetto spinto solo dalla passione.
Le comunità di sviluppo che stanno dietro ai progetti Open Source sono alla base, anche, delle modifiche evolutive delle soluzioni. Il settore Informatico è caratterizzato da una velocità evolutiva che pochi altri settori hanno. Stare dietro a queste evoluzioni, delle tecnologie informatiche, richiederebbe sforzi impossibili da sostenere per le aziende di prodotti software commerciali attuali. Le soluzioni Open Source hanno, tipicamente, una architettura a strati. Ogni strato è basato su un progetto Open Source seguito da un’altra community. Questa innovatività applicata a tutti questi livelli si traduce in una velocità evolutiva che solo con questo modello di sviluppo è possibile avere. Le aziende produttrici di software commerciale usano architetture vecchie, proprio perchè costose da evolvere, sulle quali applicano sempre aggiustamenti e miglioramenti, spesso, solo di facciata (alle interfacce) rendendole ancora più fragili e difficilmente manutenibili.


Quindi organizzare e dirigere o lasciare che le cose vadano per il loro verso da sole ?
Nei matrimoni fatti dalle mie parti, nel Sud Italia, il numero di invitati supera normalmente il centinaio di persone. Il cruccio più grande per gli sposi è “organizzare i posti a sedere ai tavoli al ristorante”: i cugini che vogliono stare assieme e quindi da mettere allo stesso tavolo, la zia che ha litigato con la nuora e quindi da collocare ai tavoli agli estremi più distanti nella sala ecc. ecc.. Coordinare tutto questo in funzione di avvenimenti dinamici come le liti o i forfait non è facile, tutto il contrario: è la cosa più difficile del ricevimento.
Ma se non ci si occupasse di questa organizzazione ? Se non si assegnassero i posti a sedere ? Cosa succederebbe ? Sicuramente i cugini se vogliono stare assieme si siederebbero allo stesso tavolo e se il tavolo non li contiene tutti si distribuirebbero su due tavoli vicini. La zia si guarderebbe bene di trovare posto nei pressi della nuora, e questa sicuramente farebbe lo stesso, mentre i posti vuoti si concentrerebbero su tavoli vuoti.
Alla fine la differenza sta, tornando alla programmazione, sul numero di sviluppatori concentrati su un prodotto software e, questo numero fa la differenza. Vi siete mai chiesti quante persone lavorano allo sviluppo dei principali software proprietari che usate tutti i giorni ? Immaginate centinaia ? Hmmm molti ma molti meno.
Al contrario l’ordine di grandezza delle community dei principali prodotti Open Source sono di almeno alcune migliaia. Per migliaia di occhi puntati su un bug di un software la sua soluzione è immediata e banale. Al contrario: migliaia di occhi puntati su poche persone che sviluppano software proprietari usati da tante persone rende le cose molto più complicate.
Su queste argomentazioni si sono versati fiumi di inchiostro, sulle riviste specializzate, e fiumi di byte nei blog. In questi spesso si fa riferimento ad una storia (CAL) che si basa sulla presunta impossibilità del bombo (un tipo di ape) a volare. In questa storia si dice che a causa del rapporto fra l’apertura alare del bombo ed il suo peso, questo non potrebbe volare. Di fatto il bombo vola. Perché sopperisce al rapporto di cui sopra con una frequenza dello sbattere delle ali che gli consente il volo. Con questa storia si tende a riportare le speculazioni teoriche al confronto con la realtà.


Quindi, a mio avviso, la differenza fra software proprietario e software Open Source sta nel fatto che se il software che uso si blocca, se sto usando software Open Source, mi basterà fare una ricerca su Internet per trovare supporto e, probabilmente, scaricare la patch al problema mentre con il software proprietario devo inviare la richiesta e sperare che qualcuno, prima o poi, se ne occupi. E non parliamo, qui, delle garanzie nei contratti software: lo sapevate che Microsoft Windows Server 2000 riconosce, in caso di danni causati da un suo bug, “ben” 5 dollari ?
Sarà per queste motivazioni che i big dell’ICT oggi usano Linux per i loro servizi: Google, Facebook, Amazon.

Per il software per la tua impresa: vuoi qualcuno da chiamare al telefono, se hai un problema, e riempire di invettive (tenendoti il problema) o preferisci soluzioni che ti consentono di rivolgerti, per qualunque problema, ad un fornitore oltre che ad una community numerosa di esperti che possono sicuramente risolvere il tuo problema ?

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lunedì 13 febbraio 2017

Curiosità e ricerca

Curiosità e ricerca = Innovazione


Sapete perché non viviamo più nelle caverne ?
Grazie ad un “tarlo” che l’essere umano ha nella mente che si chiama CURIOSITA’. La curiosità è il sentimento che spinge l’uomo all’azione più bella ed elegante di cui è capace: la RICERCA. 
Cercare il modo migliore per fare le cose, cercare come ottenere di più da quello che si fa, cercare la soluzione più economica per fare le cose, cercare di ottenere ciò che non si ha… sono doti che solo l’uomo ha e che purtroppo stiamo perdendo…
Mia madre il sabato faceva sempre la pizza al forno e, nonostante sia una ottima cuoca, le veniva sempre spessa e spugnosa e non piaceva a nessuno, neanche a lei. Io adoro la pizza e prepararla ed anche a tutta la mia famiglia (mangiarla più che farla), ma a noi piace sottile e croccante !!! La prima volta che mi cimentai a prepararla io mi venne tale e quale a quella di mia madre. Non piacque a nessuno. Una volta assodato che a tutti piaceva sottile e croccante mi sono messo al lavoro per riuscire ad ottenerla. Google, esperimenti ogni sabato, ricerca dei lieviti al supermercato, prove con vari tipi di farina, prove con vari tipi di teglie, la lievitazione lenta, veloce, lentissima, nella coppa per la lievitazione, impasto duro, impasto morbido, zucchero nell’impasto, il sale all’inizio, il sale alla fine, l’impasto ne congelatore un giorno, due giorni, tre giorni, una settimana… Dopo oltre un anno di ricerca ora faccio la pizza sottile e croccante come piace a noi.

Ora vi dò la ricetta per passare da una pizza spessa e spugnosa ad una sottile e croccante: tanta motivazione (la ricerca costa) molta umiltà (è facile dire “io so, io so fare” è difficile chiedere e dire di non sapere) nessun attaccamento a storia e tradizioni (l’innovazione crea storia e tradizioni) tanta pazienza e tolleranza verso l’errore (la strada per il successo è lastricata di insuccessi) tutta l’autocritica che si riesce a raccogliere.

L’innovazione serve al genere umano a progredire e senza progresso non c’è futuro. Le tradizioni e i processi consolidati devono essere la base e l’ispirazione per creare nuove tradizioni e nuovi processi da consolidare.

Oggi si hanno a disposizione tantissimi strumenti per fare ricerca: la rete, i social sono strumenti per cercare e condividere esperienze e competenze. Si ricerca e condivide non solo gattini e selfie. In ogni momento possiamo tirare fuori dal cilindro quasi tutto lo scibile umano su un qualunque argomento, sta a noi decidere se fare ricerca e innovazione o continuare a mangiare la pizza spessa e spugnosa.


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